Intanto qualcuno di noi si presenta così, con le proprie esperienze fatte in quella terra così lontana e così vicina che è il Venezuela.


È molto di più e molto più importante ciò che gli esseri umani hanno in comune, di quello che ognuno tiene per sé e lo distingue dagli altri.

Hermann Hesse

Chi Siamo

2 giugno 1999Daniela Guarraci - Tinaquillo - Anno 1999

Eli è un mio amico. È di Mariara, una città a nord di Tinaquillo e l’ho conosciuto durante una settimana di attività a Las Granjitas. Un giorno siamo andati a conoscere una famiglia, forse la più povera di tutto il barrio, costituita da una mamma sola con quattro bambini, di cui uno malato, affetto da spina bifida. Lui è rimasto così colpito e turbato da quanto visto che poi, mi ha confidato, ha dovuto allontanarsi da solo per piangere un po’.
Io ho percepito questa piccola confessione come una grande contraddizione di questa gente. Ricordo di essermi stupita del fatto che un ragazzo del posto, abituato a vedere ogni giorno tanta povertà intorno a lui, fosse rimasto più scandalizzato di me nell’incontrarla così da vicino… che, nonostante vivesse immerso quotidianamente nella sofferenza e nel bisogno, riuscisse ancora a sorprendersene con dolore… ho pensato che forse noi “stranieri” eravamo paradossalmente più preparati ad affrontare situazioni estreme, magari perché viste e riviste su quotidiani e telegiornali ogni giorno…
Allora in quel momento ho cercato di ricordare cosa mi aspettavo di vedere prima di fare quest’esperienza. Le immagini che scorrevano nella mia testa ritraevano solo bambini sporchi e svestiti, mamme che abbandonavano i propri figli sulla strada, odore di colla e di immondizia e ovunque… degrado. Quello che insomma ci propina la TV per scuotere le coscienze e ottenere aiuti più o meno concreti.
Sono partita per il Venezuela con la certezza che avrei portato amore e conforto ai più sfortunati. Una piccola tedofora che avrebbe consegnato la luce della conoscenza ad un mondo immerso nella miseria e nell’ignoranza. Un’inconsapevole conquistador convinta della propria forza e del proprio valore. Oggi sorrido di fronte a tanto ardore e ingenuità.
Quello che ho trovato è stato ben diverso.
Ho trovato bambini che non sapevano che cos’era il sapone, ma anche bambini che si lavavano ogni mattina. Ho trovato ragazzini che frugavano nella spazzatura e ragazzini che usavano la colla solo per attaccare le figurine. Ho trovato mamme che fisicamente non si distinguevano dalle figlie e mamme che sapevano fare molto bene il loro mestiere. Ho cercato papà assenti e trovato papà presenti. Ho trovato miseria, ma molto più spesso povertà.
E chiunque ho incontrato, a suo modo, mi ha insegnato l’amore, il rispetto e la dignità.
Non posso dire che tutto questo abbia cambiato la mia vita per sempre. Credo abbia semplicemente modificato la percezione di alcuni aspetti della mia esistenza. Vorrei poter dire che sono diventata una persona diversa e invece, una volta tornata, ho continuato a comprare e a consumare l’inutile, a soffrire per le mie ambizioni sprecate e ad arrabbiarmi per le sciocche ingiustizie subìte.
Perché la vita quotidiana spesso ti inghiotte e poche volte ti restituisce.
Ho capito però che il nostro modo di vivere non sempre è migliore degli altri, che la libertà non è dettata solo dalla legge, che la serenità non è data solo dal realizzare i propri sogni e che la ricchezza non la trovi solo dove c’è abbondanza.
Quest’esperienza non è una panacea che cura tutti i mali dell’essere, né un nobile pretesto per risolvere i problemi secolari di altri. È uno straordinario passaggio dell’anima che ti scuote e ti percuote lasciandoti comunque in piedi, pronto a ricevere i tanti altri colpi della vita con un pizzico di sana coscienza in più.
Forse può sembrare un po’ poco, ma non è così. In una società come la nostra, dove la scommessa più difficile è riuscire a raddrizzare questo mondo a rovescio, poter avere sempre nella mente gli occhi lieti dei bambini incontrati e farne tesoro per la propria vita significa, nel proprio piccolo, avere vinto.

Daniela G.